Revisiting the classics, and watching them again on the big screen of a cinema hall rather than, for once, on the vast TV or the laptop screen, basically serves one purpose: to remind all of us, and perhaps make someone understand, what the power of cinema has been and can still be. Because for every Digger—yes, Digger—that crosses our sight today, far too many contemporary films have not only wasted that power but have eroded, consumed, and dulled it.
Instead, the classics—which are such because they bear the test of time, a test not always aligned with the critics’ timelines—remind us that cinema remains such by virtue of the disruptive force of stories as well as the depth and power of the imagery. And I don’t think I’m wrong if I say that among all the classics that have so far been re-released in Italian theaters, The Devils by Ken Russell is the one that most emphatically hammers home that disruptive, iconoclastic power.
Spericolato e visionario, nella più profonda accezione del termine, il regista inglese Ken Russell accettò alla fine degli anni Sessanta la proposta della United Artists di realizzare un film che adattasse il libro “I diavoli di Loudun” di Aldous Huxley e la pièce che ne trasse John Whiting, portando al cinema una storia basata su eventi realmente accaduti.
La storia in questione, che poi è appunto quella de I Diavoli, è ambientata all’inizio del Seicento in Francia, nella città di Loudun appunto, dove un prete di nome Urbain Grandier, carismatico e libertino, finì bruciato vivo sul rogo accusato di aver complottato con Satana in persona allo scopo di far possedere e sedurre un intero convento di suore Orsoline. Le cronache degli storici raccontano del cosiddetto “Caso dei diavoli di Loudun” come di un caso di isteria di massa, e la condanna per stregoneria subita da Grandier come di qualcosa in cui mise lo zampino il Cardinale Richelieu (quello dei Tre Moschettieri), che vedeva in quel prete e nella città libera di Loudun una minaccia. E questa è anche la linea di Russell, che ha parlato di I Diavoli come del suo unico, vero film politico: un film sulla manipolazione delle masse e la repressione della dissidenza, da parte del potere costituito, che racconta di come la religione (ma non solo) sia stata e possa essere uno strumento di plagio, un modo per piegare la volontà collettiva, fare il lavaggio del cervello, manovrare i singoli e le folle a scopo eminentemente politico, e legato alla brama di potere.
The Devils: the Ken Russell film trailer
Non bisogna però commettere l’errore di identificare nel tema la straordinarietà de I Diavoli, che è un capolavoro, e se non l’ho detto prima lo ripeto: è un capolavoro. Perché il modo in cui Ken Russell ha pensato, messo in scena, girato e montato il suo film è del tutto sbalorditivo. Per i canoni odierni, anche, e figuriamoci per quelli del 1971, dove non a caso il film finì nella burrasca e accusato di tutto e di più: blasfemia, oscenità, pornografia. Finì anche, ovviamente, per essere pesantemente censurato e tagliato, specialmente in due sequenze che tornano integrali per la prima volta nel bellissimo restauro in 4K che possiamo vedere al cinema: quella del ballo orgiastico delle suore che coinvolge un grande crocifisso disteso al suolo, passata alla storia come “lo stupro di Cristo”, e quella finale in cui Jeanne des Anges, la superiora delle Orsoline, grande accusatrice di Grandier perché eroticamente ossessionata da lui ma invisibile ai suoi occhi, si masturba con il femore carbonizzato del prete che ha fatto finire sul rogo.
La macchina da presa di Russell si muove febbrile all’interno delle stupefacenti scenografie di un altro genio, Derek Jarman, sospese tra il gotico, il classico e il futuristico assieme, e il suo obiettivo riprende tormenti e depravazioni, macchinazioni e tensioni mistiche, deliri egotici e umili sottomissioni in maniera fiammeggiante. Riprende, soprattutto, le interpretazioni potenti e indimenticabili di Vanessa Redgrave, bellissima e spiritata nel ruolo di Jeanne des Anges, deforme nel corpo come nella psiche, e di Oliver Reed, puro concentrato di magnetismo e di carisma, intriso di testosterone e vanità ma capace di inattese delicatezze, capace di fare del suo Grandier uno dei personaggi più intensi e potenti della storia del cinema tutto.
E poi. E poi scene che anticipano certe cose dell’Esorcista, la straordinaria somiglianza tra il padre Mignon di Murray Melvin e il Giovanni Arnolfini dipinto da Jan van Eyck, l’esorcista-rockstar padre Barre (nomen omen, interpretato da Michael Gothard) che anticipa mezzo Tommy, i momenti quasi lisergici, la scena della peste, le decine di suore nude che ballano invasate per una decina di minuti, la decadenza lasciva di re Luigi XIII, il rifiuto dell’abiura e della confessione da parte di Grandier nel nome della giustizia e della libertà ben più significativo e potente (e dignitoso) di quello di Braveheart.
The Devils, visto al cinema, in 4K, nella sua versione integrale, è ancora oggi un’esperienza di visione rivoluzionaria e trasformativa. E si resta a bocca aperta pensando come 55 anni fa si potessero fare film così (poi certo, censurati, banditi, e tutto il resto) mentre oggi già se solo lo pensi, un film così, arriva qualcuno a farti cambiare idea. Con le cattive. Ed è anche per questo che il cinema di oggi sta messo come sta messo.
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